
Di fronte a una crisi che ha smesso di essere emergenza per farsi sistema, l’ultimo Report della Caritas scatta la fotografia drammatica di un Paese sospinto dalla morsa della cronicità, dall’erosione dei salari e dall’isolamento sociale. Oltre 282 mila le famiglie assistite: mai così tante.
ROMA – Non è più una parentesi. Non è l’onda lunga di uno shock congiunturale da assorbire. Nell’Italia del 2026 la povertà ha cambiato natura, radicandosi fino a mutare in una condizione di «strutturale normalità». L’allarme arriva dal Quarto Report Statistico Nazionale di Caritas Italiana, presentato a metà giugno e significativamente intitolato “Sempre più poveri, sempre più a lungo”.
I numeri raccolti dai centri d’ascolto lungo tutta la penisola descrivono un record storico: nel 2025 la rete Caritas ha incrociato e supportato 282.539 famiglie, registrando un aumento del 48% rispetto a un decennio fa (2015). Una mole di richieste che copre ormai il 12% dell’intera platea di persone in povertà assoluta stimata dall’Istat (circa 5,7 milioni di cittadini, quasi un residente su dieci). Ma a preoccupare l’organismo pastorale non è solo il dato quantitativo: è la cronicizzazione del disagio.
La gabbia della povertà cronica
Il vero elemento di rottura rispetto al passato è il fattore tempo. La povertà in Italia è diventata una trappola a lungo termine da cui è quasi impossibile uscire. Oltre un assistito su quattro (28,1%) è infatti in carico alla rete dei servizi Caritas da almeno cinque anni. Diminuiscono i “nuovi profili” di povertà temporanea, mentre si solidifica un blocco sociale di esclusi storici e intermittenti, incapaci di ritrovare l’autonomia economica a causa di un ascensore sociale totalmente bloccato.
«La povertà non appare più come una condizione transitoria legata a crisi circoscritte, ma come una realtà che tende a protrarsi nel tempo», osserva don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. Una vulnerabilità che logora i percorsi educativi, la stabilità psicofisica e la possibilità stessa di progettare un futuro.
Il paradosso del “lavoro povero”
Crolla definitivamente uno dei grandi miti della stabilità sociale novecentesca: l’idea che avere un’occupazione basti a proteggersi dall’indigenza. Il Report evidenzia che il 24% delle persone che si rivolgono alla Caritas possiede un lavoro. Un dato che esplode letteralmente nelle fasce d’età centrali e più produttive: tra i 35 e i 44 anni la percentuale di lavoratori poveri sale al 31,7%, attestandosi al 31% nella fascia tra i 45 e i 54 anni.
I bassi salari, il part-time involontario e la precarietà contrattuale — combinati con un’inflazione che morde il potere d’acquisto, trainata soprattutto dai costi energetici — rendono lo stipendio insufficiente a coprire i bisogni primari. Il ceto medio si assottiglia, e una platea sempre più vasta di famiglie, pur mostrando un ISEE familiare medio in leggera salita (passato da 4.315 a 4.974 euro), scivola nell’area della vulnerabilità. Un incremento che la Caritas interpreta non come un segnale di arricchimento, bensì come lo specchio dell’allargamento della fragilità a fasce precedentemente protette.
Solitudine e vulnerabilità sanitaria: i nuovi volti del disagio
Accanto alle privazioni materiali, il rapporto accende i riflettori su una devastante povertà relazionale. Quasi un assistito su tre vive in solitudine. L’isolamento sociale aggrava e amplifica la marginalità: tra le persone sole, ben il 59,9% sperimenta forme di povertà multipla (economica, abitativa, culturale). Cresce inoltre in modo marcato il peso degli anziani over 65, privi di reti familiari di supporto.
A questo quadro si salda l’emergenza sanitaria, che colpisce il 16,1% dei beneficiari. Chi soffre di problemi di salute si trova spesso schiacciato da un effetto accumulo: quasi sei individui su dieci sommano tre o più bisogni concomitanti, e la quota drammaticamente sale al 78,7% laddove sia presente una sofferenza mentale, evidenziando le difficoltà d’accesso a un Servizio Sanitario Nazionale sempre più in affanno.
La casa come emergenza primaria
La questione abitativa si conferma uno degli snodi più delicati. Se i dati Istat evidenziano come la grave deprivazione della casa interessi il 6,6% della popolazione generale e la povertà energetica il 9,1%, all’interno dell’universo Caritas queste percentuali si moltiplicano, trasformando le mura domestiche da luogo di protezione a fonte primaria di indebitamento e instabilità.
L’appello alle istituzioni: oltre la propaganda
L’analisi Caritas si traduce inevitabilmente in un forte richiamo alla responsabilità politica e sociale, ponendosi come un severo bagno di realtà rispetto alle narrazioni improntate al facile ottimismo. Di fronte alla rimodulazione degli strumenti di contrasto alla povertà, dal mondo sindacale e dal terzo settore si solleva la richiesta di dare un’impronta universalistica alle misure di sostegno (come l’Assegno di Inclusione – ADI) e di finanziare interventi territoriali complementari.
«La carità è anche atto di giustizia, oltre che gesto di prossimità», ricorda don Marco Pagniello. Per evitare che l’Italia si divida stabilmente in due, la sfida del welfare non può più essere delegata alla straordinarietà dei presidi parrocchiali o del volontariato. Richiede alleanze, riforme strutturali e una strategia di lungo periodo capace di aggredire le cause profonde di una povertà complessa, cronica e, purtroppo, sempre più normale.
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